giovedì 27 ottobre 2016

In Italia un software su due è pirata

Siamo al terzultimo posto in Europa. Peggio di noi solo Grecia e Cipro


Miglioriamo ma non abbastanza. Dal 2007 al 2015, in Italia la pirateria è diminuita ma il fenomeno continua ad avere una diffusione capillare. Questa la posizione di Bsa Italia, comitato locale dell'associazione internazionale per la tutela della proprietà intellettuale nel software. Se nel 2007 la percentuale di software illecito nel nostro Paese era del 49 per cento, quattro anni più tardi scendeva a 47 punti percentuali e due anni dopo a 45. C'è stato quindi un discreto miglioramento ma non è abbastanza. Peggio di noi a livello di software piratato fanno solo Cipro e la Grecia, tutti gli altri paesi europei vanno molto meglio di noi.

Attenti alle aziende
Sembra curioso ma i maggiori pirati non sono i singoli utenti ma le aziende «che in maniera scientifica non comprano software o lo piratano, sfruttano licenze per scuola e università che non gli competono oppure sfruttano una singola licenza per più computer», racconta il presidente di BSA Italia, Paolo Valcher. Scopriamo così che tra aziende e singoli utenti quasi non c'è differenza. L'attenzione all'antipirateria è bassissima. Basti pensare che nel settembre scorso un'operazione della Guardia di finanza ha dimostrato che su 116 aziende di medie dimensioni ben 71 sono risultate fuori legge. I prodotti irregolari erano oltre 1.200 e non c'era differenza a livello geografico. Per gli imprenditori quindi c'è stata un'ammenda pari al doppio del prezzo della licenza più il procedimento penale. «Il punto però è che spesso da noi non c'è percezione della gravità della pirateria» e molti imprenditori neanche si spaventano di fronte a dei controlli software, «li prendono sotto gamba», nota ancora Valcher. Secondo una ricerca di Bsa dello scorso anno, solo il 14 per cento degli italiani vedeva la pirateria come un reato da perseguire, la maggior parte degli intervistati semplicemente non lo riteneva non reato mentre il 22 per cento ignorava che piratare software fosse contro la legge. 
Sensibilizzare
Ed è qui che entra in azione Bsa. Nata nel 1988, ha sede a Washington, e riunisce le principali aziende software e hardware del mondo. Da Oracle a IBM passando per Autodesk, Adobe e Microsoft, è difficile non trovarne una che conosciamo già. In ogni Paese poi ci sono dei comitati locali che hanno lo scopo di sensibilizzare imprese e privati verso l'antipirateria e diffondere le legislazioni in materia. C'è poi il rapporto con le istituzioni, in cui Bsa rappresenta le imprese che ne fanno parte. «Va detto che la pirateria non colpisce solo le grandi software house straniere», nota Valcher, «anche i partner locali di quelle imprese risentono del fenomeno, pensiamo a chi vende software ma anche a chi sviluppa personalizzando le diverse soluzioni straniere e chi lo customizza per le imprese». Insomma, un vero flagello per tutti.

Alexis Ren, la modella senza veli su Instagram: «Questo è il mio abito preferito»


I suoi 7 milioni di fan su Instagram sono abituati ad ammirarla in pose sexy e particolarmente osé. Ma le ultime foto che la modella diciannovenne Alexis Ren ha postato da un incantevole paradiso marino lasciano davvero senza fiato. La ragazza, novella sirena del mare, si mostra senza veli mentre alle sue spalle si vede un panorama meraviglioso. Alexis stuzzica i follower e nella didascalia all’immagine ammette: «Questo è il mio abito preferito»
(foto: Instagram












lunedì 24 ottobre 2016

Legge “Anti Gatto” approvata dall'ISIS: E’ iniziato lo sterminio nel Califfato.

I gatti andrebbero «contro la visione, l’ideologia e le credenze» jihadiste.
www.lastampa.it
L’Isis vieta la presenza dei gatti dalle case dello Stato Islamico e ha dato il via allo stermino di tutti i mici presenti a Mosul. Al Sumaria riporta che «L’organizzazione ha emesso una fatwa – un decreto di legge islamica – contro la presenza dei gatti all’interno delle case di MosuI», la più grande città occupata dall’Isis. 

Tutti i residenti sono stati avvertiti di non violare la legge e di non opporsi alla ricerca dei gatti da parte dei soldati del Califfato, che hanno avuto l’ordine di requisirli e ucciderli. Secondo quando scritto sul decreto, i gatti andrebbero «contro la visione, l’ideologia e le credenze» jihadiste. E il gruppo terroristico ha quindi vietato ogni tipo di allevamento e cura di questo animale.


Una legge in controtendenza con l’Islam, che considera i gatti animali puri e persino benedetti. Celebre è infatti la storia di Maometto e della gatta Muezza: un giorno si addormentò sulla veste e, arrivata l’ora della preghiera, il profeta preferì tagliare la stoffa piuttosto che svegliarla.

Il divieto rappresenta una sorpresa anche dal punto di vista militare, dal momento che in questi anni i gattini hanno giocato un ruolo chiave nella presenza sui social dell’Isis. Molti soldati hanno dimostrato calore e sensibilità verso i cuccioli in immagini e video pubblicati sulle loro pagine Facebook. Altri sono stati utilizzati per la propaganda e attirare giovani reclute, con immagini choccanti che vedono i mici dormire vicino a bombe a mano e cinture esplosive.
La nuova legge promette di non fare sconti a nessuno. A emettere la Fatwa è stato un comitato centrale dello Stato Islamico composto da esponenti religiosi influenti e militari del gruppo terroristico. Ma anche se non arrivano conferme su quello che sta succedendo nella città irachena, pare sia scontato l’esito di questi primi giorni di editto.

Sapevate che sotto ogni bottiglia di plastica è stampato un numero? Controllarlo è fondamentale, Ecco perché


Pensate di sapere abbastanza sulla plastica? Il suo vantaggio principale è quello di essere leggera e resistente ma la scienza che si nasconde al suo interno è tutta da scoprire. Prendete una bottiglia d’acqua, individuate il numero stampato sul fondo, ed iniziate a conoscere di più questo rivoluzionario materiale.

Non ci avete mai fatto caso oppure ve lo siete sempre chiesto: che cosa indica quel numero stampato sul fondo dei contenitori in plastica?

Non esiste una sola plastica ma ce ne sono di diversi tipi, ed è la semplicità con cui è possibile formarne dei nuovi che rende questo materiale molto interessante.
La plastica è costituita da lunghissime catene di atomi di carbonio, ai quali sono legati altri elementi: sono proprio quest’ultimi a determinare le caratteristiche macroscopiche del materiale.
Esistono plastiche trasparenti, opache, resistenti ed altri flessibili, che con il calore si ammorbidiscono ed altre che si induriscono, a seconda dei legami che stabilisce il carbonio.

Ogni plastica è costituita da molecole diverse e tipi differenti non possono essere riciclati insieme. È come cercare di fondere la carta con il vetro, non ha senso!

Per questo motivo il numero stampato sul fondo di contenitori in plastica è fondamentale: serve nei centri di raccolta a separare i diversi tipi di plastica per poi procedere alla fase di riciclo.

Ecco la lista dei numeri e delle plastiche corrispondenti: scopriamo le caratteristiche di ognuna ed il motivo per cui è utilizzata per quello specifico contenitore.

1) PET: si tratta di un’abbreviazione con cui viene indicato il polietilene tereftalato. Viene impiegato nella maggior parte dei contenitori usa e getta e si presenta come una plastica leggera e flessibile. 
Se possedete una bottiglietta con tale numero identificativo, non dovreste utilizzarla più di una volta in quanto aumenta il rischio di contaminazioni batteriche. Per di più con il tempo questo tipo di materiale rilascia componenti tossiche che vanno ad interferire con il sistema endocrino.
Il lavaggio del PET richiede strumenti professionali e lavaggi chimici molto aggressivi: per igienizzare una bottiglia non basta la pulizia domestica.

2) HDPE: identifica una plastica le cui molecole hanno una densità molto elevata. Questo si traduce in un materiale più rigido, usato in genere per contenitori di saponi, detersivi, olio e per giocattoli.
Gli esperti raccomandano di acquistare bottiglie d’acqua marchiate con questo numero, probabilmente sono le più sicure e l’acqua che bevete è quella più pulita.

3) PVC: la sua abbreviazione è sicuramente più conosciuta del suo nome esteso, cloruro di polivinile. Di questo materiale sono fatti tutti gli imballaggi alimentari, alcune bottiglie di olio da cucina, giocattoli per bambini e per animali. È sconsigliato l’acquisto di prodotti con tale plastica, responsabile del rilascio di pericolose sostanze chimiche.

4) LDPE: a differenza dell’HDPE, in questa plastica le catene di carbonio sono molto distanti l’una dall’altra e determinano una plastica flessibile. Non è possibile confezionare prodotti alimentari a causa del rilascio di composti pericolosi.

5) PP: le due ‘p’ stanno per polipropilene, storico materiale sintetizzato dal chimico italiano Giulio Natta. Viene impiegato per il confezionamento di cibi più delicati, come i latticini: i vasetti di yogurt sono costituiti da questa plastica resistente e leggera. È un termoindurente che significa che con il calore non si scioglie. Rispetto ad altri materiali è una efficace barriera contro l’umidità.

6) PS: quando acquistate un elettrodomestico, nella scatola che lo contiene troverete sicuramente del polistirene. È il materiale che costituisce quei pannelli bianchi e leggeriche proteggono il prodotto dagli urti. Sono fatti polistirene anche i comuni piatti e bicchieri di plastica. Non lo si dovrebbe sottoporre a fonti di calore in quanto è possibile il rilascio di sostanze cancerogene.

7) Altro: in questa categoria ricadono tutti gli altri tipi di plastica che non appartengono alle sezioni precedenti, come oggetti costituiti da due o più materiali. Sono marchiate con il numero 7 anche le plastiche alternative di origine non fossile. 

Ora sapete qualcosa in più su questo materiale: controllate che la plastica utilizzata sia quella giusta attraverso il numero stampato sul fondo dei contenitori!

venerdì 21 ottobre 2016

WhatsApp: trucchi per scoprire chi ti ha bloccato

Qualche trucco veloce e sicuro per sapere se qualcuno ci ha bloccato su Whatsapp: ecco come scoprirlo 

Se WhatsApp è senza dubbio uno dei servizi di messaggistica più usato e condiviso (è stato ormai superato il miliardo di utenti al mese), c’è anche da ricordare che non tutti ne fanno sempre un buon uso e questo a volte comporta qualche conseguenza. Se infatti c’è chi ne abusa o approfitta della sua presenza nella rubrica altrui per disturbare, può essere anche bloccato.Come scoprire se si è stati bloccati da qualcuno?
Meglio non ricorrere a pericolosi software gratuiti ma con qualche insidia e scoprire invece attraverso alcune impostazioni di WhatsApp come “indagare” sul proprio profilo per scoprire se è stato bloccato oppure no.

1 . L’orario
Se non è possibile vedere l’ultimo accesso del contatto, ossia l’ultimo momento in cui è apparso sulla chat, potrebbe dipendere dal fatto che in quanto contatto bloccato non avete accesso a quest’informazione.

2 . Spunta Blu
E’ oramai un prezioso segnale di verifica: parliamo della doppia spunta blu, se non appare giorni e giorni dopo l’invio di un vostro messaggio, può significare che l’utente ha imposto che nulla da parte vostra gli sia recapitato (ovvero i ha bloccato definitivamente)

3 . Chiamata impossibile
La conferma dell’eventuale blocco nei vostri confronti scatta poi se chiamando via WhatsApp vi compare un messaggio di errore, inequivocabile segno che l’utente non può/vuole comunicare con voi stando alle sue impostazioni

4 . Impossibile includerlo in un gruppo
Ultima controprova è la possibilità di includere l’utente – di cui si sospetta il blocco nei propri confronti – in un nuovo gruppo. Al tentativo, WhatsApp potrebbe informarvi che è impossibile inserire l’utente nella nuova chat di gruppo, proprio perché ha chiesto di bloccare l’arrivo di nuovi messaggi da parte vostra.

“Ho fondato WhatsApp con 10 dollari. Il segreto? Assumere gente piacevole”

A Firenze Jan Koum, 40enne cofondatore della piattaforma con oltre un miliardo di utenti attivi, incontra gli studenti del Quotidiano in classe. Ceccherini: «Esempio da seguire e infonde fiducia e coraggio, perché ti insegna che se vuoi, puoi»

Se il sogno della vostra vita è quello di essere assunti dal colosso della messaggistica telefonica WhatsApp, nel curriculum non devono mancare tre voci: «Una buona istruzione, esperienze extrascolastiche che dimostrano la propensione ad affrontare e risolvere problemi e tanta curiosità». A fornire la ricetta non è un direttore del personale, ma Jan Koum — 40enne cofondatore della piattaforma con oltre un miliardo di utenti attivi — che, a Firenze, ha inaugurato la 17esima edizione del «Quotidiano in classe» davanti a 800 studenti delle superiori del progetto educativo ideato da Andrea Ceccherini, presidente dell’Osservatorio permanente giovani-editori.

Per fondare WhatsApp ci sono voluti 10 dollari e 10 minuti
«Quella di Koum è una gran bella storia perché è l’ultimo che diventa il primo — ha affermato Ceccherini — e infonde fiducia e coraggio, perché ti insegna che se vuoi, puoi». L’incontro, moderato dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana e dalla presidente della Rai Monica Maggioni, ha toccato diversi temi: dalla storia della nascita dell’azienda pagata 19 miliardi di dollari da Facebook al cyberbullismo («Siamo tristi se accade, ma è un problema che deve risolvere la società») e alla privacy. «L’infanzia ci influenza la vita e, negli anni ‘80, nella mia Ucraina era un lusso avere un telefono — racconta Koum — così la mia famiglia non poteva permetterselo mentre per voi è normale possedere uno smartphone». Avere un telefono in casa, tra l’altro, poteva non bastare. «Le infrastrutture erano vecchie e non sempre funzionavano e poi sapevamo che il governo poteva ascoltarci». Quest’esperienza negativa è stata lo stimolo per creare la sua piattaforma. «All’inizio volevo che funzionasse bene, fosse affidabile e la privacy fosse centrale. Tanto che abbiamo realizzato, con il mio socio Brian Acton, una delle reti criptate più estese al mondo: inviolabile da aziende e governi». Un sistema costoso ma efficace. Eppure la sua storia era iniziata con pochi spicci. «Per fondarla ho speso 10 dollari e impiegato 10 minuti perché in Silicon Valley tutto favorisce gli startupper». 

Per lavorare insieme 10 ore al giorno bisogna assumere gente piacevole
Le rinunce («Ho dovuto abbandonare l’università e mia madre si è adirata ma un giorno la farò felice laureandomi») e le difficoltà non sono mancate. «L’idea di fallire è stata vicina — prosegue — ma all’inizio ho ricevuto un consiglio giusto da un collega: mi ha spiegato che la maggior parte delle startup fallisce dopo 4-5 anni e poiché bisogna lavorare per 10 ore al giorno insieme occorre assumere gente piacevole. Molti dei miei sono con me ancora oggi». La parabola di Koum — passato da immigrato che viveva grazie ai sussidi sociali a miliardario — ha spinto gli studenti a incalzarlo. «I soldi non hanno cambiato la mia vita — ha spiegato — perché vivo nella stessa casa e ho gli stessi amici. Forse sono pigro, ma grazie alla struttura di Facebook ora mi concentro solo sullo sviluppo del futuro». Magari allo studio su come introdurre le videochiamate. «Può essere — ha risposto sorridendo — e a noi piace che gli utenti siano curiosi e desiderino essere informati Ecco perché credo che un progetto come quello dell’Osservatorio sia importante». Filosofie comuni con quelle di Ceccherini. «Ragazzi il futuro è vostro, sappiate stringerlo in pugno — ha concluso il presidente dell’Opge — non perdetelo mai di mano e date alla vita l’indirizzo che vi consenta di essere voi stessi cercando di far coincidere passione e professione».

Galaxy Note 7, divieto totale in aereo E le compagnie comprano le borse per contenere gli incendi

Lo stop su tutti i voli negli Usa. Ma altre compagnie, Alitalia compresa, decidono di seguire le indicazioni delle autorità americane



Niente Galaxy Note 7 a quarantamila piedi di quota. L’ultimo prodotto sudcoreano deve restarsene a casa o rischia il sequestro. Il telefonino di Samsung — che prende fuoco all’improvviso e che l’azienda ha scelto di non produrre più — non sarà consentito a bordo degli aerei. Il bando, deciso venerdì dal Dipartimento Usa dei Trasporti «per motivi di sicurezza», è il primo del genere nei confronti di uno strumento — lo smartphone — utilizzato da oltre tre miliardi di persone. Al passeggero trovato in possesso di quel modello sarà negato l’imbarco. In aggiunta le autorità potranno multarlo e persino mandarlo a processo.

Il fronte anti-smartphone
Il dispositivo Samsung quindi non potrà neanche essere portato in cabina con sé o nel bagaglio a mano. Una decisione drastica che segue il divieto di trasporto nei bagagli da stiva o come spedizione cargo. Per ora la mossa ha effetti sui voli americani, ma altre compagnie non statunitensi — Singapore Airlines, Air New Zealand, Alitalia — hanno deciso di muoversi in questo senso. Del resto era stato proprio il capo di un vettore, Tim Clark di Emirates, a chiedere lo stop: «Bisogna proibire ai passeggeri di salire con lo smartphone difettoso». Alcune ore dopo ecco la decisione del Dipartimento dei Trasporti: da sabato 15 ottobre il Galaxy Note 7 non è più consentito nei collegamenti Usa. Anzi: ora è nella lista nera degli oggetti che non si possono portare come i fuochi d’artificio o i liquidi.

L’incertezza sui controlli
Se la decisione è chiara, resta incerta la sua applicazione. Diversi addetti aeroportuali spiegano che i metal detector e le macchine a raggi X non sono dotati di software in grado di individuare ai varchi di sicurezza — come succede, per esempio, per i liquidi — il modello esatto di smartphone che è proibito portarsi a bordo. Non solo. Il personale delle compagnie aeree è autorizzato a perquisire i passeggeri? Nel dubbio alcuni vettori — anche per evitare denunce — hanno già chiarito che hostess e steward non controlleranno i viaggiatori alla ricerca del modello proibito.
Gli strumenti contro gli incendi a bordo
Nel frattempo società come Delta Air Lines, Alaska Airlines e Virgin America si stanno dotando di borse anti incendio e anti esplosione per contenere qualsiasi tipo di incendio a bordo derivante da un difetto nei telefonini. «Non basta addestrare il nostro personale e avvertire i passeggeri», ha detto pochi giorni fa Ed Bastian, amministratore delegato di Delta. I sacchetti di contenimento — di varie dimensioni — non costano pochissimo: il prezzo medio si aggira attorno ai 1.700 euro per i modelli più piccoli e può arrivare anche a quattromila per le versioni large, in grado di contenere un pc portatile.
Fonte: corriere.it

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